Storia

Cenni storici

Il territorio dove sorge Picenze in origine faceva parte con le Ville di Manicola, Cerchio, San Gregorio e Pescomaggiore di un insediamento denominato Pagus Frentanus o Fren(e)tanus, risalente con probabilità ad epoca pre-romana. A testimoniarlo sono i resti di armi, oggetti e monete rinvenuti su Monte Manicola e Colle del Cerchio e le costruzioni in pietra a secco dalla forma di falsa cupola, denominati tholos.
Tutta la zona era percorsa da una gran numero di vie strategiche per il commercio e la transumanza, che rendevano il territorio un importante nodo stradale nel periodo dell’Impero romano.
Con la fine dell’Impero romano iniziò la decadenza economica della zona, aggravata dall’arrivo dei Saraceni nel 980. In quei secoli l’Italia del sud vedeva la presenza di grandi monasteri: Montecassino, Farfa, San Vincenzo al Volturno. Essi erano grandi strutture di controllo di vasti possedimenti territoriali gestiti secondo il sistema delle curtis, che con la loro economia di autoconsumo garantivano soltanto la sopravvivenza, ma non erano in grado di gestire il potere e le scorribande dei saraceni.
Con l’arrivo dei Normanni nell’XI secolo ci furono dei cambiamenti. Essi riunirono sotto un’unica autorità i grandi pianori, trasformarono in parte il sistema feudale e riportarono in vita l’attività della transumanza con l’assise Animalibus in pascuis affidandis di Guglielmo II. Inoltre si assistette al fenomeno dell’incastellamento, vale a dire la diffusione nel contado dei castelli, che sostituirono le curtis. Esempio e testimonianza è la torre cilindrica che si trova su un costone tra Villa di Mezzo e San Martino, che è il resto di un piccolo castello.

Come attesta lo storico aquilano Bernardino Cirillo negli Annali della città dell’Aquila del 1570, Picenze fu uno dei castelli che concorse alla fondazione della città de L’Aquila, avvenuta nei primi mesi del 1254 sopra il colle che era di confine tra i due contadi: Amiterno e Forcona nella località denominata “Acculi”.
La nascita de L’Aquila fu, quindi, un insieme complesso e vario delle comunità dei diversi castelli, che rimasero legati ai borghi d’origine. I cittadini dei castelli che vivevano in città dentro le mura venivano chiamati cives intra moenia, mentre quelli rimasti nei borghi d’origine cives extra moenia, ma avevano gli stessi diritti civici e nell’uso delle proprietà collettive, come i pascoli e i boschi.
Nel 1266 grazie alla presenza di Carlo d’Angiò si costituì che ogni castello, “Universitas”, potesse eleggere il proprio sindaco. L’unione dei sindaci costituiva a L’Aquila la “Camera” cittadina con a capo un Camerlengo che era responsabile dei tributi.
Per volere di Carlo I d’Angiò L’Aquila fu divisa in lotti, o “locali” che vennero assegnati ai castelli fondatori per edificarli, pagando una tassa proporzionalmente al numero delle famiglie o fuochi. Il locale intra moenia divenne così un centro autonomo dotato di una chiesa, di una fontana e di una piazza. A testimoniarlo ancora oggi a L’Aquila sono: Vico di Picenze, costa di Picenze e piazzetta di Picenze.
Sotto Carlo II e i suoi successori ci fu la fusione dei vari “locali” nei “quarti”. La particolarità dei quarti fu quella di non limitare la suddivisione alla città intra moenia, ma di estenderla a tutto il contado circostante, il che accentuò e radicalizzò ancora di più negli abitanti della nuova città il senso di appartenenza al vecchio castello di provenienza. Ogni quarto fu caratterizzato da un palazzo nobiliare, con la piazza e la porta e furono inoltre localizzate le chiese capoquarto, vale a dire le chiese dei locali più importanti, ciascuna collegata ad un castello: la chiesa di Santa Maria per il castello di Paganica, quella di San Pietro per il castello di Coppito, quella di San Giovanni (oggi San Marciano) per il castello di Lucoli e quella di San Giorgio (oggi Santa Giusta) per il castello di Bazzano. Picenze con probabilità faceva parte di quest’ultimo quarto.

Nel poemetto Della guerra dell’Aquila con Braccio di Montone negli anni 1423 e 1424 di Niccolò Ciminelli di Bazzano e negli Annali della città dell’Aquila di Bernardino Cirillo, 1570, è citato il castello di Picenze tra i castelli assediati dal capitano di ventura perugino Braccio da Montone, assoldato da Alfonso d’Aragona per il possesso del regno di Napoli, tra l’aprile del 1423 e il giugno del 1424.
La città de L’Aquila, fedele alla causa di Giovanna II d’Angio’, resistette all’assedio; la regina per esprimere riconoscenza a L’Aquila per la sua fedeltà le concesse una serie di privilegi che ne aumentarono lo sviluppo economico e sociale. Nel giro di pochi anni L’Aquila divenne la seconda città del regno di Napoli, per ricchezza di scambi commerciali e culturali con le più importanti città italiane ed estere.
Nel 1479 il castello di Picenze e altri castelli delle vallate dell’Amiternum, di Forcona, dell’altopiano di Navelli e della Valla Subequana, furono protagonisti di una ribellione contro la città de L’Aquila, causata dalla forte oppressione fiscale della Camera Aquilana. I rappresentanti dei contadi si rivolsero al re Ferrante d’Aragona che nel 1443 era succeduto alla corona angioina del Regno di Napoli, per essere liberati dalla vessazione fiscale, ottenendo dal re: grazie, immunità, privilegi e riconoscimenti.
Solo nel 1481 dopo che alcuni castelli secessionisti ritornarono sotto il controllo della città, la Camera Aquilana emanò un bando contro gli ultimi castelli ribelli, tra cui quello di Picenze. Il provvedimento indusse l’Università di Picenze, di Poggio Picenze e di Fossa ad affidarsi al Gran Cancelliere del regno di Napoli il conte Pietro Lalle Camponeschi, giurando di ritornare a far parte della città e rinunciano a qualsiasi grazia, immunità privilegio ed indulto concesso dal Re, ed in più a pagare un’ingente pena pecuniaria di mille once d’oro.
Nel 1488 il contado di Picenze fu concesso da Antonio Piccolomini d’Aragona, Gran Giustiziere del Regno di Napoli dal 1463, al patrizio Amico D’Andrea Lucenzino dell’Aquila.

All’inizio del Cinquecento con la dominazione spagnola e le epidemie del 1503 e del 1505 iniziò a L’Aquila e nel suo contado un periodo di crisi demografica e di depressione economica.
Nel 1528 ci fu una rivolta dei contadini dei castelli de L’Aquila contro i soldati spagnoli, l’anno seguente il viceré spagnolo Filippo d’Orange, per punizione, infeudò le terre del contado assegnandole ai suoi capitani. Ciò determinò la separazione della città dai contadi producendo nuovi assetti e nuovi rapporti politici, economici e sociali.
Picenze così si trovò a provvedere al mantenimento del Governatore ed al sostentamento del Barone e della sua famiglia. Questo fino al 1569 quando il barone Pompeo Bernali tolse tale l’obbligo, in cambio l’Università s’impegnò a versare al Barone trenta ducati l’anno, e nel 1573 fu eliminato anche quest’ultimo onere.
Nel 1596 Picenze cessò di appartenere al contado aquilano e fu deciso di affiancare alle figure del Camerlengo e dei Massaro dell’Università, un Sindaco che avesse poteri nella gestione pubblica del territorio, fu nominato D’Antonio Francesco Alferi dell’Aquila.
Nel 1601 il fondo di Picenze fu venduto per seimila ducati dal barone Pompeo Bernali ad Andrea Colle d’Aldana di Napoli. Questi lo cedette in seguito al barone Orazio Carlucci di Magliano dei Marsi, famiglia che deteneva le terre di Collelongo, Villa Collelongo e Goriano Sicoli.
Nel 1615 Picenze entrò a far parte, probabilmente, dei possedimenti della famiglia Sannesi cavalieri di Belforte, marchesi di Collelongo e Duchi di San Demetrio ed iniziarono controversie legali con Orazio Carlucci, protrattesi dai successori fino al 1667 che rivendicavano il possesso legittimo del territorio.
I Sannesi, probabilmente, rimasero in possesso di Picenze fino al 1720, morte di Clemente, alla cui data il ramo si estinse aprendo una complessa questione di successione.
Proprio all’inizio del 1700 il territorio de L’Aquila e del suo contado fu distrutto dal gravissimo terremoto del 2 febbraio 1703: le case, le chiese, i palazzi di Picenze subirono gravissimi danni.
Dal 1720 circa il possesso del feudo passò con probabilità al duca Fabrizio Pignatelli, che aveva sposato la vedova di Clemente Sannesi. Dopo la morte del Duca Fabrizio, nel 1749, il feudo fu ereditato dal fratello Giambattista, che poco dopo morì. Si aprì così una complicata vertenza di successione, che si concluse solo nel 1752, con la cessione del feudo e titolo di San Demetrio e Picenze al nobile napoletano Filippo Arcamone. Alla morte nel 1764 di Filippo gli successe il figlio Nicola e poi il figlio di questi avuto dal matrimonio con Clelia Caracciolo, che ebbe il titolo fino al 1798. Il feudo passò per successione dagli Arcamone a Cesare Pignatelli fino alla promulgazione delle leggi francesi di abolizione della feudalità nel 1806.
Dal 1806 al 1812, probabilmente, i beni del feudo furono devoluti al fisco e messi in vendita, come da legge d’abolizione della feudalità, fino ad arrivare al 1861 quando i territori entrarono a far parte del nuovo Stato Italiano.

La storia più recente di Picenze è caratterizzata dagli stessi fenomeni che hanno determinato i lenti mutamenti del territorio. Si è passati in una condizione di economia rurale e di sopravvivenza alle emigrazioni oltre oceano dei primi decenni del Novecento che hanno spinto intere famiglie verso i nuovi continenti, in particolare, americhe ed Australia. Fecero seguito, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, flussi migratori diretti verso le regioni del nord dell’Europa, dove forte era la richiesta di manodopera nei grandi bacini carboniferi o nei vasti comprensori industriali della Francia, Belgio, Lussemburgo. Fino ad arrivare agli anni settanta e ottanta con l’impiego in alcune industrie nell’aquilano da poco sorte.